La motivazione è quasi sempre tutto

Classicamente si distingue una motivazione estrinseca, legata ad un premio o una punizione, da una motivazione intrinseca, interna al ragazzo e orientata al soddisfacimento di un suo bisogno o al raggiungimento di un proprio obiettivo.

Ad esempio: posso studiare perché se non lo faccio la mamma si arrabbia oppure studiare perché prendere un bel voto a scuola mi fa stare bene.
La ricerca ha abbondantemente dimostrato che la tipologia migliore di motivazione è quella intrinseca.  Ci permette di rimanere più concentrati sul compito, di sperimentare miglior livello di coinvolgimento, di sopportare meglio la fatica o la frustrazione legata a piccoli o grandi ostacoli che si frappongono tra noi ed il raggiungimento dei nostri obiettivi.

Purtroppo esistono molti luoghi comuni sulla motivazione, che traggono a mio avviso origine da due motivi. • Primo: una concezione ENTITARIA della persona. Nello sport si identifica col concetto di talento. “Non è portato”. “Non ha abbastanza talento”.

Quante volte abbiamo sentito o magari anche pronunciato queste frasi? E’ intuitivo come tale atteggiamento verso un ragazzino o verso un adolescente (che, ricordiamolo, è un adulto in “apprendistato”) non possa fare altro che generare un senso di svogliatezza, ridurne l’impegno ed in ultima istanza favorirne l’abbandono.

• Secondo: un’idea che la motivazione sia qualcosa che ci viene data dall’esterno.
Come se fossimo esseri inerti in attesa di qualcuno che ci accenda un qualche tasto: il motivatore, il coach. Ma pensiamoci un attimo. C’è qualcuno che ci ha spinto a fare quello che abbiamo fatto? Quello che facciamo è solo il frutto di un talento innato? O abbiamo trovato una spinta dentro di noi? Come possiamo favorire e migliorare questo processo anche nei nostri figli, fosse anche e solo in ambito sportivo?

La chiave di volta della motivazione nello sport in età giovanile (e non solo in quella) sta nella cosiddetta Teoria dell’Autodeterminazione (Self Determination Theory, Deci & Ryan, 1985).

Teoria dell’Autodeterminazione
In pratica la teoria afferma che esistono 3 bisogni di base, comuni a tutti gli individui di ogni età. Sono i bisogni di Competenza (sentire che le proprie azioni hanno un effetto sul mondo), Autonomia (poter avere un grado di autonomia nel determinare i propri obiettivi) e Relazione (avere un ambiente che supporta e sostiene). Si badi bene: bisogni, urgenze. Cose che ciascuno di noi, ivi inclusi i bimbi, sono spinti a soddisfare.
E qui interviene lo sport, o meglio, l’ambiente sportivo, quello fatto bene. Strutturato bene.

L’Ambiente motivazionale
Nello sport il cosiddetto “ambiente motivazionale” la fa da padrone. Contrariamente a ciò che si pensa, la tipologia di sport è di poco conto. Lo dico con buona pace degli allenatori o dei dirigenti (e mi ci includo pure io) che pensano che il loro sport sia il migliore. Ciò che conta invece è un ambiente in grado di fornire le risposte giuste ai tre bisogni di base a seconda dell’età. Ad esempio per bambini di 6-7 anni la percezione di competenza va sottolineata dagli allenatori (rinforzata) con una certa frequenza. A quell’età infatti si ha bisogno di una ‘dose maggiore’ di motivazione estrinseca. Con un ragazzo di 16-17 anni invece posso stabilire obiettivi comuni che lo coinvolgano ma che siano al tempo stesso sfidanti per lui.
Non in senso assoluto. Per lui. Per evitare inutili frustrazioni, ma anche la noia di obiettivi molto semplici da raggiungere.

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a cura di Marco Bonvento dottore in Psicologia Cognitiva Applicata e specialista in Psicologia dello Sport dirigente di Confindustria Atletica Rovigo e Presidente provinciale Federazione Italiana Atletica Leggera

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