Polexinus e le sue terre emerse

Condizioni climatiche e trasformazioni ambientali

Fu in epoca altomedievale che si delinearono le premesse verso l’attuale configurazione idrografica del Polesine. Infatti, intorno al V secolo, particolari condizioni climatiche sfavorevoli e prolungati cicli di piovosità, unitamente alla generale crisi sociale, determinarono il progressivo dominio della natura in un ambiente dai deboli equilibri, sempre bisognoso dell’opera dell’uomo per garantire la sicurezza dalle acque, più propense a ristagnare che a defluire verso il mare. Si andò, così, sconvolgendo l’assetto territoriale che durante la romanizzazione fu caratterizzato da una organizzata antropizzazione grazie alla gestione agricola di ampie aree bonificate e all’impostazione di importanti tracciati stradali, opere, queste, agevolate dalle favorevoli condizioni di un clima prevalentemente caldo e secco.

Le complesse trasformazioni ambientali favorirono in particolare grandi rotte ed alluvioni sia dell’Adige che del Po, tanto da determinare il progressivo abbandono dei corsi passanti rispettivamente per Montagnana-Este-Monselice e per Ferrara e nel contempo incrementare le nuove diramazioni che intorno al X secolo si configurarono negli alvei attuali. In questo particolare sconvolgimento territoriale, il Polesine, come tutta l’estesa area della bassa pianura padana, era caratterizzato dalla presenza di paludi, denominate nei documenti medievali laghi, limitate e racchiuse da boschi e attraversate da diramazioni secondarie dei nuovi fiumi.

Fu certamente il nuovo quadro ambiente a denominare con l’appellativo Polesine il nostro territorio, dai termini Polexinus, Policinus nel significato di terra emergente dalle acque.

Quelle che emergevano in una bassa pianura dal drenaggio delle acque piuttosto difficoltoso erano soprattutto (come lo sono ancor oggi) le marcate fasce dossive lasciate dall’attività dei più antichi e in parte scomparsi corsi fluviali, i cosiddetti paleoalvei.

Queste serpeggianti morfologie, seppur di poco rilevate rispetto alle aree circostanti, garantirono una sufficiente sicurezza per costruire dimore stabili, in prevalenza concentrate in ridotti villaggi tra selve, fiumi, ristagni d’acque, aree pascolive, ridotti appezzamenti. Il sostentamento era dato dalla caccia, dalla pesca, da modeste attività di agricoltura e di allevamento.

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Gli insediamenti

Intorno al X secolo i documenti attestano la presenza di una particolare distribuzione insediativa in stretta relazione con la configurazione del paesaggio. Molti insediamenti sorsero sui dossi di paleoalvei padani: le generiche Pestrine; altri si svilupparono su argini di corsi d’acqua sensibilmente riattivati, quali l’Adigetto e il Tartaro-Canalbianco.

Il richiamo offerto dai due maggiori fiumi portò la popolazione ad aggregarsi anche lungo le sponde del Po e dell’Adige, scegliendo sempre gli alti strutturali delle loro conoidi di rotta: è su questi dossi sabbiosi a ridosso dei più recenti fiumi che trovarono origine i paesi rivieraschi. Altro fattore determinante nell’aggregazione insediativa fu dato dalla diffusione del cristianesimo e dalla nascita delle prime Pievi che in seguito evolveranno nella maggior parte degli attuali centri urbani, paesi, borgate.

Non mancarono comunque, dispersi in quelle “terre alte” e ai bordi di paludi e valli, gruppi di individui isolati. Vivevano nel pagus, nella campagna lontani e distaccati dai nuovi cambiamenti sociali, erano chiamati pertanto pagani, in quanto chiusi e relegati in culture e tradizioni proprie del mondo romano, rispetto a quanti avevano già abbracciato la fede cristiana.

 

epoche

Principali variazioni climatiche avvenute nel corso degli ultimi 3000 anni  Studi rivolti alle variazioni climatiche del passato ci confermano che, dopo una favorevole situazione registrata in età romana, si determinò una fase fredda con abbondanti precipitazioni. Crisi climatiche sono registrate nel 1300 con primavere ed estati fredde e piovose, simili a quelle di particolari annate (1588-1628-1816). Piuttosto freddo fu il periodo tra il 1590 e 1630, che va sotto il nome di “piccola età glaciale”, durante la quale si verificarono gravi dissesti idrogeologici. All’intenso freddo è da mettere in relazione anche la notevole produzione di lana a Venezia durante il 1600.

 

Le Pestrine Documentato in più luoghi è il corso d’acqua Pestrina che ricalcava un ramo padano scomparso, attivo nell’età del Bronzo; lega il suo nome ai mulini che sfruttavano l’energia dell’acqua per azionare le macine: il pistrinaio era il mugnaio. Nei pressi di Rovigo una Pestrina, proveniente da Arquà Polesine attraverso la Tassina, portava acqua al fossato del Castello; proseguiva poi per Sarzano e Mardimago e si disperdeva nelle Valli di Santa Giustina. Un’altra Pestrina è ancora presente come canale irriguo tra Salara e Runzi.

 

I Canalazzi Nel Medioevo non secondario fu il ruolo del Tartaro o meglio di quell’insieme di corsi d’acqua, ricordati con il termine Canalazzi, che insistevano lungo l’asse di scorrimento dell’attuale Canalbianco. Dalla documentazione tra VIII e XIII secolo il principale di questi canali si identificava nel Gabello o Gabellione o Gaibo, detto anche Atrio. Si evidenzia quanto tali idronimi sopravvivino nelle località Gavello e Villanova del Ghebbo, mentre Atrio si lega ad Atriano, denominazione romana del Tartaro

 

raffaele-perettoa cura di
Raffaele Peretto
Archeologo

 

 

 

 

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